Un giorno in meno…

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Ho appena finito di leggere un libro che una mia amica mi ha regalato, “Il giorno in più” di Fabio Volo. Devo dire subito una cosa: lui non mi è simpatico. E’ sicuramente un personaggio da “o lo ami o lo detesti” e fa di tutto per mantenere vivo questo sentimento, sicuramente consono al suo dettato di vita (suppongo) che è quello di essere (sentirsi) un Messaggero di sensazioni forti per l’Umanità. Il libro, se non ci fossero tutte quelle scene hard e parolacce, potrebbe a mio avviso entrare di prepotenza nella collana Harmony o, alla meno peggio, in quelche edizione di Meridiani, tipo “Come mangiare a New York”. Stessa potenza narrativa, identico spessore, simile sequela di insulsi avvenimenti pre e post coito. Ma, ahimé, c’è toccata la versione ibridata Harmony-Hard-Gambero Rosso e quel che ne è venuto fuori sono 287 pagine di Fabio Volo che finge di chiamarsi Giacomo e si innamora della tipa che incontra tutte le mattine sul tram, la quale, ignorandolo, scribacchia concentrata su un block-notes. Poi improvvisamente un giorno si prendono un caffè insieme (e maledetto fu il caffè-colpo di fulmine). Poi lei va a vivere a New York. Poi lui la rintraccia a Manhattan tramite internet (maledetta fu internet ed i motori di ricerca…). Poi però si fidanzano a tempo determinato (nove giorni) nei quali entrambi decidono di gettare le maschere emotive e i paramenti sociali e i veli sessuali e vogliono essere unici e magnifici per giustificare il sottovuoto spinto narrativo dell’autore. A ‘sto punto mi viene in mente: ma che si sia ricordato di aver visto “Nove settimane e mezzo” e lo rilegga all’incontrario? Nel senso: bello vivere una travolgente storia d’amore e di sesso (in certi momenti mi sembrava di leggere un diario di un adolescente a settembre, dopo la fine dell’amore estivo) ma con la scadenza come uno jocca… Il nostro straparla del “vivere Ora ora ora!”, ma mi sembra un po’ ipocrita dare una scadenza al “Hic et nunc”, che avrebbe come scopo proprio quello di viverlo, e quel che sarà sarà (ma senza un termine). Poi però la nonna di Giacomo ha un colpo apoplettico, allora ritorna in Italia un giorno prima e, alla fine, seppellita la nonna e spremuto un po’ di sperma addosso a qualche altro mignottone di turno, non-intimizzante, decide di rivederla (quell’altra tipa di New York), per vivere (a Parigi, questa volta) il giorno in meno che non s’erano potuti concedere prima. Con inattesissimo botto finale (si fa per dire, visto che mai un Harmony potrebbe finire male…). Wow! Poi metti via il libro e cominci a pensare a quanto sei poco-riflessivo, poco-romantico, poco-impulsivo, poco-tutto rispetto ai personaggi di plastica rifinita che hai appena incontrato e ti dici: aspetta che devo telefonare ad un amico per sentire la voce semplice di una persona vera. Devo però ammettere che ci sono due passaggi interessanti: dove si parla di come ci si senta in imbarazzo, con la fidanzata, nei primi periodi del rapporto, in vacanza per esempio, quando si deve andare in bagno o si ha qualche aria compressa da espellere (cap. 12) e come, forse interpretato dal sottoscritto come un proprio vissuto, ci si rende conto che una delle cose belle (se non la migliore) di una relazione (e ti fa credere che possa essere “per sempre”) è quando la tua Lei ti sbalordisce perché, dopo una tua battuta od un tuo discorso appena accennato, ti completa il pensiero, dicendoti proprio ciò che avresti detto tu (pag. 220). Ma tutto il resto è come vedere i fuochi al Parco Urbano: belli (a chi piacciono) e colorati, un mucchio di rumore, poi alla fine ti chiedi: ma quanti soldi sono costati? Non era meglio spenderli per uno scopo più utile?